Abbiamo tutti bisogno di padri presenti, esigenti e coraggiosi: noi e i nostri figli ancora di più

di Teresa Zucchi per Notizie di Prato

“Se gli uomini potessero scegliere ogni cosa da soli, per prima cosa vorrei il ritorno del padre”.
Omero, Odissea, XVI.

padre_e_figlioUna mattina come le altre. Una mattina diversa dal solito, quella della visita del Santo Padre.
Commossa osservo Prato. Una Prato gremita di gente, popolata di sguardi. Anche i più disincantati, i più disillusi si sono vestiti di aspettative e di curiosità e sono usciti fuori.
Attese trepidanti lasciano il posto a gioia e stupore. Non convince il cinismo. Lascia insoddisfatti questa progressiva deresponsabilizzazione da ogni impegno che ci riduce a pedine di scacchiere del sistema. Delude la recisione di ogni rapporto troppo impegnativo ché nel miraggio di un’illusoria libertà ci rende prigionieri della tirannia del nostro “io”. Naufraghi di certezze, mendicanti di senso, rivolgiamo gli sguardi a colui che può dire ancora qualcosa sulla vita e sull’uomo.
Come nuovi Telemaco dalla sera alla mattina scrutiamo l’orizzonte in attesa del ritorno del padre.
Sì perché di padri abbiamo urgentemente bisogno, noi e i nostri ragazzi. Di padri presenti, che ci aiutino a tagliare il cordone ombelicale con questa società “grande madre” pronta al soddisfacimento immediato di ogni indotta esigenza.
Di padri esigenti, disposti a scommettere ancora sull’uomo, che ci allenino al sacrificio e alla rinuncia, alla tolleranza della perdita. Di padri coraggiosi, che siano capaci con decisione e fermezza di prendere e mantenere posizioni chiare e coerenti. Di padri fiduciosi, pronti ad esortare a “cominciare e ricominciare” dopo ogni nostra inevitabile caduta sotto il peso delle nostre debolezze. Di padri autorevoli che reifichino la norma ponendo limiti e confini, e riducendo il nostro senso di onnipotenza ci aiutino a costruire un’immagine realistica di noi stessi.
Abbiamo bisogno di questa presenza che ci sproni a metterci in gioco, che ci mostri come vivere ed affrontare il reale, con uno sguardo appassionato di vita che fa sentire sorretti, con uno sguardo intriso di speranza che fa sentire protetti, in grado di sostenere le sfide che il nostro tempo comporta.
Mai come oggi i nostri ragazzi hanno bisogno di padri, della loro approvazione, della loro fiducia. Di adulti capaci di esserci, di testimoniare con l’esempio la straordinarietà dell’ordinario: il vivere cioè con slancio ed entusiasmo i piccoli insignificanti momenti della vita di ogni giorno. Di maestri capaci di stare di fronte alle vicessitudini della vita con coraggio e fermezza ribadendo che comunque ne vale sempre la pena, nonostante le ferite, nonostante le delusioni, nonostante tutto.
Una mattina di novembre un’inusuale veste bianca ci permette di intuire quanto la figura del padre faccia la differenza e dopo aver riempito gli sguardi ed il cuore di ognuno con delicatezza si allontana lasciandoci ancora una volta in nostalgica attesa.

La sfida della crescita: quando i nostri ragazzi tolgono l’ancora e “salpano” da soli

di Teresa Zucchi per Notizie di Prato

sfida_crescitaAlcuni in gruppo altri da soli si incamminano verso il loro futuro con lo zaino carico di attese, gli occhi pieni di paura e di speranza. Il passo spavaldo e deciso nasconde l’incertezza, costante compagna di quest’età della vita.
Insieme si fanno coraggio, insieme si sostengono e si rassicurano. Formano un gruppo tra “pari” che permette loro di uscire dalla protezione, dalle attese e pretese degli adulti di riferimento. Insieme avanzano intrepidi come la verità, indomiti come la bellezza. Tutto inizio, tutto desiderio, tutto nuova ed antica avventura.

Come navi in partenza per un lungo viaggio, abbandonano il porto con le sue sicurezze, con le sue comodità, con i suoi soliti odori, con i suoi familiari e rassicuranti rumori, per prendere il largo, con coraggio ed audacia, verso un orizzonte che sa di infinito. Perché l’infinito non è solo nei libri o nelle materie studiate, ma in ogni vita che si dispiega e cerca il suo significato. Adesso quest’infinito esige una loro risposta.

Ora è tempo di affrontare la sfida della crescita; è il tempo di esami: di scuola e di vita. Tempo di trovare un proprio modo di essere, di stare e di “navigare” nel mondo. E’ tempo di intraprendere il lungo percorso di definizione del sé che permetterà di strutturare la loro identità, di mettere in atto le potenzialità, di esprimere progressivamente e in modo via via sempre più compiuto la loro personalità.
Per salpare occorre togliere l’ancora: staccarsi dall’idea che di loro hanno i genitori, depositari del loro sé infantile ora respinto e rifiutato, con imbarazzo e vergogna quasi rinnegato. E se segnalare la necessità di una nuova distanza è compito naturale del figli, rispondere in modo adeguato spetta ai genitori.

Tocca a noi quindi elaborare il lutto di una modalità relazionale che finisce, accettando il dolore che talvolta questo brusco allontanamento produce. Tocca a noi imparare ad accogliere il cambiamento in modo positivo, attribuendone il significato di processo di crescita. Questo processo, come ogni navigazione complessa, necessita di tempo, rispetto (non possiamo accelerare o forzare dall’esterno un processo di maturazione interiore) e di uno sguardo fiducioso rivolto al futuro e al possibile.
Non dobbiamo avere paura: se siamo stati buoni maestri, se abbiamo navigato con loro. Pur procedendo inevitabilmente per prove ed errori, pur andando inevitabilmente incontro a naufragi e temporali, riusciranno ad orientarsi, troveranno a modo loro le loro coordinate e con i loro tempi giungeranno infine alle loro destinazioni.
Noi rimarremo il loro “porto”: tenendo con coraggio una posizione da adulti, segnalando con chiarezza i confini, indicando con chiarezza i nostri valori, assumendoci la responsabilità di dire di sì o di no quando occorre, lasciando poi a loro la libertà e la responsabilità delle loro azioni, accogliendo con prontezza, quando necessario, ogni loro “rovesciamento”.
I “nostri ragazzi” non cercano adulti perfetti bensì adulti amanti della vita, del mare e del suo viaggio, adulti appassionati, aperti all’ascolto, pronti a fare un passo indietro, a mettere da parte la loro storia per poter fare spazio ed ascoltarne una nuova: quella dei loro figli.

Cari ragazzi, non abbiate paura di sognare e di osare: complicatevi la vita e spremetela fino all’ultima goccia

di Teresa Zucchi tramite Notizie di Prato
notiziediprato
Questa settimana vorrei dedicare l’appuntamento di “I nostri ragazzi e dintorni” direttamente a loro: veri protagonisti di questa rubrica. In occasione della Pasqua desidero rivolgere degli auguri speciali.
Questa volta scrivo a voi cari ragazzi.
A voi che ci sembrate apatici mentre avete racchiusa dentro una potente spinta vitale. A voi che vi mostrate annoiati ma custodite nel vostro cuore profonde istanze di assoluto. A voi che a volte fate i disillusi ma conservate la pretesa di voler sapere cosa è l’amore e se è ancora possibile pensarlo “per sempre”..
Vi auguro di poter scoprire che niente è più sprecato di una vita non vissuta: vale sempre la pena mettersi in gioco, conducendo fino in fondo “la partita” con audacia e spirito sportivo, cercando, per quanto sta in voi, di lasciare “il campo” migliore di come è stato trovato.
E allora:
Cercate, cercate il senso di ciò che vivete, senza accontentarvi di risposte superficiali. Spingetevi in profondità…vi permetterà di scartare il superfluo e di cogliere l’’essenziale, orientando al bene e al bello le scelte di vita.
Sognate, sognate in grande! Il vostro animo si innalzi come un’aquila nel cielo, non rimanga a razzolare per terra nella comodità di un pollaio.
Complicatevi la vita, lottate per portare avanti quello in cui credete senza permettere allo scoraggiamento di prendere il sopravvento.
Osate, osate sempre, anche quando diranno che siete pazzi (e ve lo dice una psichiatra) o che non è ragionevole quello che state facendo, se è in difesa della vita e all’insegna dell’amore.
Amate, amate appassionatamente. Non vi stancate mai di aprire il vostro cuore agli altri nonostante le delusioni, nonostante le ferite, nonostante tutto.
Non temete la sofferenza o il dolore: sono fonte di crescita interiore e occasioni preziose per imparare. La croce non toglietela dal muro del vostro cuore, stringetela forte e con stupore scoprirete che sarà più leggera e che non sarete soli a portarla. Mantenete sempre un animo docile, pronti a rimettervi in discussione.
Siate padroni del vostro tempo, spremetelo tutto fino all’ultima goccia, fino a quando la morte “fischierà” il vostro momento di uscita ed avverrà prima o poi. Forse non avrete cambiato il mondo, forse non avrete neppure “vinto il campionato” ma avrete sicuramente “giocato un’ottima partita” e, ciò che conta di più, l’avrete fatto con entusiasmo e con gioia.
Noi adulti, allenatori con tanti limiti e con tante omissioni, stiamo tifando per voi. Mettecela tutta, in bocca al lupo ragazzi!

La stra-ordinarietà dell’ordinario

pazziadi Teresa Zucchi

Dott.ssa Zucchi in portineria. Dall’altoparlante il suono sbatte contro gli atri della clinica; fanno eco lamenti e sofferenze di pazienti rintanati nelle loro camere che, disillusi e feriti dalla vita, cercano attimi di sollievo dal rimuginio senza sosta. La testa continua a ronzare mentre tutt’intorno è immobile, sospeso. Implacabile la mente presenta il conto del passato, debito da saldare a prezzo di rimorsi e nostalgie struggenti.

Altri pazienti seduti sulle panchine al sole si godono l’aria mitigata nel parco: unico lusso che conservano e che nessuno può togliere. Fumo e profumi si mescolano impastandosi nella polvere sollevata da scarpe vecchie e consumate, arrivate in questo capolinea senza tempo da più parti di Italia e attraverso binari diversi. Adesso sostano in attesa, in una pausa illimitata, come se qui il mondo trattenesse il respiro aspettando…

Dott.ssa Zucchi in portineria. Penso ad una seccattura. Succede spesso così quando dalla portineria chiamano in soccorso: liti fra donne che ostinatamente reclamano un primato, risse fra uomini che, dopo aver lottato con la vita, si piegano ad un round più concreto ma non meno impegnativo.

Da lontano vedo un ragazzo e una ragazza impacciati che avanzano facendosi scudo con un passeggino. Dallo sfondo si stacca un’esile figura con un folto caschetto  di capelli neri e occhi verdi scintillanti. Si avvicina sorridendo; la sua stretta di mano sicura si scioglie in un caloroso e prolungato abbraccio; è abituata ad esprimere quello che sente senza calcoli o reticenze. Ha combattuto per anni la battaglia contro l’anoressia; adesso è venuta a cercarmi proprio qui per mostrare a me e ai degenti le sue vittorie: salute e un bimbo con due grandi occhi azzurri spalancati sul mondo. Porta la vita dopo aver sfiorato la morte.

Volevamo abortire sussurra sottovoce il ragazzo, come volesse confessarsi e liberarsi il cuore. Eravamo in clinica, già deciso, lei era già sul lettino, ma con uno scatto improvviso si è buttata giù dicendo: lo tengo!  Costi quel che costi! Forse solo chi è stato accanto alla morte mantiene vivo l’istinto di aggrapparsi alla vita. Immaturi, senza sicurezze nè  prospettive,  hanno abbracciato l’incertezza, hanno rischiato, hanno osato. Soddisfatti e felici sono venuti qui per urlare che non è tutto perduto, che c’e ancora speranza. Come per incanto, con passi incerti e goffi i degenti si radunano intorno al passeggino. I loro occhi velati si illuminano, fili di saliva scendono dalle loro bocche, effetto farmacologico collaterale che non toglie la bellezza dei loro sorrisi storti ed autentici. Incroci di sguardi fra chi ha appena messo piede sul mondo e chi ha ormai fatto fin troppe cadute. Il bimbo osserva con interesse e serietà, mentre i genitori assistono tranquilli alla scena, si sentono a casa e sanno che in questi attimi di incontro sono racchiusi elementi essenziali.

Grazie a loro, oggi, questo posto diventa un palcoscenico dove siamo tutti spettatori di pari livello che applaudiamo, con riconoscenza, il loro coraggio. Dopo il saluto, tornando in reparto, dalla finestra getto un’occhiata nel parco. C’e movimento, fermento, energia. Lo scambio avvenuto, potente antidepressivo, ha risvegliato la voglia di non mollare, di ognuno  ha ridestato la dignità che adesso supera ogni goffaggine trasformandola in eleganza.

Quando “l’io” cede il passo al “noi”…

on-ofdi Teresa Zucchi

Estranei e amici, così lontani così vicini, cercano una connessione che, eludendo il contatto e lo sguardo dell’altro, non può che esitare in distanza. Prigionieri di un mondo ormai avulso da interazioni, chiusi dentro “castelli incantati” edificano il loro esserci con i mattoni degli “I like”, ritrovandosi in compagnie virtuali autoreferenziali, che bypassano completamente le più importanti agenzie educative come la famiglia e la scuola.

E con un click si connettono, con un click si idealizzano, con un click si sottraggono illusoriamente al senso di solitudine o forse al contatto con la loro interiorità. Il vento della curiosità li spinge a navigare alla ricerca di sensazioni, di forti emozioni, ma le aspettative si infrangono negli scogli degli “emoticon” e nell’assenza di un rimando reale. E l’animo rimane assetato. Solo lo sguardo dell’altro è acqua che disseta. Lo sa bene la mamma quando incrocia per la prima volta lo sguardo del figlio, lo sanno bene gli innamorati, che racchiudono nella ricerca di quell’intesa tutte le loro speranze. Pure i disperati lo sanno, quelli che ospitano dentro la loro testa mostri immaginari e continuano a bramare, con occhi spaventati e spalancati sul mondo, il calore di una comprensione che non può passare per via tecnodigitale.  Proprio per questo forse fanno paura.

Non vuole retrocedere l’imperativo biologico dell’intersoggettività: il bisogno di essere capiti, di essere sentiti e di sentire l’altro, la necessità di una compassione che non è commiserazione bensì cum patior, provare insieme.  E allora il virtuale non basta… l’io non colma il vuoto.  Non sorprende che le recenti recerche scientifiche abbiano indicato la relazionalità come elemento centrale per la salute fisica e mentare, per il padroneggiamento degli stati emotivi e per lo sviluppo delle capacità autoriflessive. Quasi a sottolineare che è possibile  raggiungere una risoluzione personale solo attraverso l’apertura interpersonale. Questa naturale interdipendenza sorprende la nostra artefatta e arrogante autosufficienza. Ci ricorda che nasciamo da un “noi”,  che  costruiamo  la nostra identità attraverso lo specchio dell’altro e ci indica che,  nostro malgrado, tutti i beni raggiungibili non possono saziare la nostra fame di felicità senza condivisione e reciprocità.

E allora deve scendere in campo il reale con le sue attese ed i suoi limiti, con le sue imperfezioni e spigolature ma anche con i suoi incanti ed i suoi incontri: lo sguardo dell’altro, l’abbraccio, una stretta di mano. E solo in questa dimensione si declina l’umano.