I classici della letteratura come “maestri di vita”, tanti ragazzi all’incontro con lo scrittore Giovanni Fighera.

L’iniziativa ha inaugurato il percorso formativo per genitori e figli promosso dall’associazione Familiar-mente.

Articolo di Notizie di Prato

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Grande successo venerdì 11 novembre alla serata di apertura dell’avventura educativa: il percorso formativo per giovani e adulti promosso dall’associazione Familiar-mente.
Nell’auditorium dell’istituto Fermi l’insegnante e scrittore Giovanni Fighera, davanti ad un gremito pubblico, ha illustrato come la letteratura possa illuminare la vita e svelare la bellezza delle sue componenti. Inaspettata e gradita la numerosa presenza dei tanti ragazzi che, con attenzione e stupore, hanno ascoltato come i classici aiutino a vivere meglio stimolando interrogativi, sollevando la ricerca di coordinate utili per regalare senso e compimento al nostro essere nel mondo.
Soddisfatti i partecipanti e gli organizzatori. “Ringraziamo in particolar modo il consiglio di istituto e il dirigente scolastico Riccardo Fattori – afferma Teresa Zucchi, psichiatra e psicoterapeuta, vicepresidente dell’associazione – per l’immediata recettività della nostra proposta, per la generosa disponibilità dello spazio concesso, per la costante condivisione e collaborazione.
Una serata come questa apre strada alla speranza ed evidenzia come un lavoro congiunto, una salda alleanza educativa fra scuola e famiglia sia efficace e capace di andare dritta al cuore dei nostri ragazzi. E quando si tocca il cuore è possibile accendere passioni, svegliare desideri, stimolare sogni che sollecitino il mettersi in gioco: quel modo cioè di stare nel mondo assaporandone il gusto e l’intensità, da protagonisti attivi anziché stanchi superstiti o pallide comparse. Anche questo significa scuola, anche questo è lezione, lezione di vita.”

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Lo sguardo fiducioso di un adulto il miglior antidoto alle insicurezze dei nostri “vagabondi digitali”

di Teresa Zucchi per Notizie di Prato

smartphoneInsicuri, incerti, inadeguati, sempre più spesso si sentono così i nostri ragazzi di fronte alla vita. Con sguardi sfuggenti e atteggiamenti evitanti costruiscono difese estreme per arginare quell’ansia che stringe lo stomaco, annebbia la vista, indebolisce il corpo e la mente.
Il terrore del giudizio e dell’esclusione paralizza alle soglie di un nuovo inizio.
Ogni giorno diventa un ostacolo da superare, ogni incontro una nuova sfida da sostenere, sotto l’implacabile sguardo di un pubblico reale o immaginario pronto a schernire o a prendere in giro.
Intanto il loro corpo finora silente comincia ad urlare, ad imporsi, goffamente a prendere spazio fino ad ingombrare il desiderio di scomparire, di non essere visti.
Il virtuale diventa allora rifugio, barriera per sbarrare la porta, per non far entrare freddo da fuori, come l’Omoblov di gonceriana memoria. Al tempo stesso finestra per aprirsi e sbirciare sul mondo, veicolo per introdurre l’ideale di sé e del suo agognato modo di essere.
E navigano per ore, incuranti del tempo, perfino del sonno, dominati dall’incoercibile bisogno di connettersi e di comunicare come a volte non sanno nel contesto reale. Vagabondi digitali tratteggiano nuovi scenari che sorprendono e lasciano attoniti docenti e genitori.
Adulti che increduli, preoccupati e a tratti impotenti bussano allo studio con il dubbio e la domanda dell’esistenza di una possibile patologia: sì perché dentro un contesto dove tutto è possibile e raggiungibile, dominato da onnipotenza, recitato da ostentata sicurezza e popolato da “supereroi” stupisce l’emergere della fragilità e del limite che inevitabilmente l’umano comporta.
I nostri ragazzi quel limite ce lo sbattono spudoratamente in faccia facendoci a nostra volta sentire insicuri, incerti, inadeguati rispetto a quel nuovo antico che avanza. Sensazioni che non ci piacciono, a cui non siamo più abituati, che forse preferiremo etichettare come anomale e liquidare con l’assunzione di un farmaco pur di non doverci quotidianamente convivere. La consapevolezza della responsabilità genitoriale appesantisce poi il quadro aggravando ogni cosa e schiacciandoci sotto il peso dell’urgenza e della necessità di azione. Si sottolineano quindi incapacità e difetti, si ricordano omissioni in un flusso continuo di sordi rimproveri, si ripetono critiche incessanti ed infruttuose che si esauriscono lentamente in una resa agonizzante, lasciando i nostri ragazzi ancora più soli e distanti.
Saldi nell’insicurezza, tolleranti dell’imperfezione, pazienti di fronte alla non definizione, occorre rimanere forti. Nel buio cercare di intravedere ciò che brilla: quel poco tanto che essi riescono a mala pena a fare o ad essere, per poi a nostra volta restituirlo e mostrarlo. Lo sguardo fiducioso di un adulto convinto della loro riuscita sarà il più potente antidoto, il più efficace schermo verso ogni tipo di timore, perché permetterà loro di trovare il coraggio e di osare; sarà la base sicura da cui potersi allontanare per prendere il largo verso gli orizzonti dell’esistenza.
In questa delicata e fragile età della vita per aiutare è dunque importante resistere, sostenere, rinforzare, validare. E al tempo stesso non mollare, continuare a richiedere, essendo l’esigere indicatore della nostra fiducia nella loro capacità di farcela. E’ difficile ma è l’arma vincente per fornire (a loro e a noi stessi) parte dell’equipaggiamento necessario per affrontare la vita e per poter, con meraviglia e stupore, scoprire come in questo viaggio educando ci si educa, formando ci si forma, aiutando a crescere si cresce.

La sfida della crescita: quando i nostri ragazzi tolgono l’ancora e “salpano” da soli

di Teresa Zucchi per Notizie di Prato

sfida_crescitaAlcuni in gruppo altri da soli si incamminano verso il loro futuro con lo zaino carico di attese, gli occhi pieni di paura e di speranza. Il passo spavaldo e deciso nasconde l’incertezza, costante compagna di quest’età della vita.
Insieme si fanno coraggio, insieme si sostengono e si rassicurano. Formano un gruppo tra “pari” che permette loro di uscire dalla protezione, dalle attese e pretese degli adulti di riferimento. Insieme avanzano intrepidi come la verità, indomiti come la bellezza. Tutto inizio, tutto desiderio, tutto nuova ed antica avventura.

Come navi in partenza per un lungo viaggio, abbandonano il porto con le sue sicurezze, con le sue comodità, con i suoi soliti odori, con i suoi familiari e rassicuranti rumori, per prendere il largo, con coraggio ed audacia, verso un orizzonte che sa di infinito. Perché l’infinito non è solo nei libri o nelle materie studiate, ma in ogni vita che si dispiega e cerca il suo significato. Adesso quest’infinito esige una loro risposta.

Ora è tempo di affrontare la sfida della crescita; è il tempo di esami: di scuola e di vita. Tempo di trovare un proprio modo di essere, di stare e di “navigare” nel mondo. E’ tempo di intraprendere il lungo percorso di definizione del sé che permetterà di strutturare la loro identità, di mettere in atto le potenzialità, di esprimere progressivamente e in modo via via sempre più compiuto la loro personalità.
Per salpare occorre togliere l’ancora: staccarsi dall’idea che di loro hanno i genitori, depositari del loro sé infantile ora respinto e rifiutato, con imbarazzo e vergogna quasi rinnegato. E se segnalare la necessità di una nuova distanza è compito naturale del figli, rispondere in modo adeguato spetta ai genitori.

Tocca a noi quindi elaborare il lutto di una modalità relazionale che finisce, accettando il dolore che talvolta questo brusco allontanamento produce. Tocca a noi imparare ad accogliere il cambiamento in modo positivo, attribuendone il significato di processo di crescita. Questo processo, come ogni navigazione complessa, necessita di tempo, rispetto (non possiamo accelerare o forzare dall’esterno un processo di maturazione interiore) e di uno sguardo fiducioso rivolto al futuro e al possibile.
Non dobbiamo avere paura: se siamo stati buoni maestri, se abbiamo navigato con loro. Pur procedendo inevitabilmente per prove ed errori, pur andando inevitabilmente incontro a naufragi e temporali, riusciranno ad orientarsi, troveranno a modo loro le loro coordinate e con i loro tempi giungeranno infine alle loro destinazioni.
Noi rimarremo il loro “porto”: tenendo con coraggio una posizione da adulti, segnalando con chiarezza i confini, indicando con chiarezza i nostri valori, assumendoci la responsabilità di dire di sì o di no quando occorre, lasciando poi a loro la libertà e la responsabilità delle loro azioni, accogliendo con prontezza, quando necessario, ogni loro “rovesciamento”.
I “nostri ragazzi” non cercano adulti perfetti bensì adulti amanti della vita, del mare e del suo viaggio, adulti appassionati, aperti all’ascolto, pronti a fare un passo indietro, a mettere da parte la loro storia per poter fare spazio ed ascoltarne una nuova: quella dei loro figli.

La stra-ordinarietà dell’ordinario

pazziadi Teresa Zucchi

Dott.ssa Zucchi in portineria. Dall’altoparlante il suono sbatte contro gli atri della clinica; fanno eco lamenti e sofferenze di pazienti rintanati nelle loro camere che, disillusi e feriti dalla vita, cercano attimi di sollievo dal rimuginio senza sosta. La testa continua a ronzare mentre tutt’intorno è immobile, sospeso. Implacabile la mente presenta il conto del passato, debito da saldare a prezzo di rimorsi e nostalgie struggenti.

Altri pazienti seduti sulle panchine al sole si godono l’aria mitigata nel parco: unico lusso che conservano e che nessuno può togliere. Fumo e profumi si mescolano impastandosi nella polvere sollevata da scarpe vecchie e consumate, arrivate in questo capolinea senza tempo da più parti di Italia e attraverso binari diversi. Adesso sostano in attesa, in una pausa illimitata, come se qui il mondo trattenesse il respiro aspettando…

Dott.ssa Zucchi in portineria. Penso ad una seccattura. Succede spesso così quando dalla portineria chiamano in soccorso: liti fra donne che ostinatamente reclamano un primato, risse fra uomini che, dopo aver lottato con la vita, si piegano ad un round più concreto ma non meno impegnativo.

Da lontano vedo un ragazzo e una ragazza impacciati che avanzano facendosi scudo con un passeggino. Dallo sfondo si stacca un’esile figura con un folto caschetto  di capelli neri e occhi verdi scintillanti. Si avvicina sorridendo; la sua stretta di mano sicura si scioglie in un caloroso e prolungato abbraccio; è abituata ad esprimere quello che sente senza calcoli o reticenze. Ha combattuto per anni la battaglia contro l’anoressia; adesso è venuta a cercarmi proprio qui per mostrare a me e ai degenti le sue vittorie: salute e un bimbo con due grandi occhi azzurri spalancati sul mondo. Porta la vita dopo aver sfiorato la morte.

Volevamo abortire sussurra sottovoce il ragazzo, come volesse confessarsi e liberarsi il cuore. Eravamo in clinica, già deciso, lei era già sul lettino, ma con uno scatto improvviso si è buttata giù dicendo: lo tengo!  Costi quel che costi! Forse solo chi è stato accanto alla morte mantiene vivo l’istinto di aggrapparsi alla vita. Immaturi, senza sicurezze nè  prospettive,  hanno abbracciato l’incertezza, hanno rischiato, hanno osato. Soddisfatti e felici sono venuti qui per urlare che non è tutto perduto, che c’e ancora speranza. Come per incanto, con passi incerti e goffi i degenti si radunano intorno al passeggino. I loro occhi velati si illuminano, fili di saliva scendono dalle loro bocche, effetto farmacologico collaterale che non toglie la bellezza dei loro sorrisi storti ed autentici. Incroci di sguardi fra chi ha appena messo piede sul mondo e chi ha ormai fatto fin troppe cadute. Il bimbo osserva con interesse e serietà, mentre i genitori assistono tranquilli alla scena, si sentono a casa e sanno che in questi attimi di incontro sono racchiusi elementi essenziali.

Grazie a loro, oggi, questo posto diventa un palcoscenico dove siamo tutti spettatori di pari livello che applaudiamo, con riconoscenza, il loro coraggio. Dopo il saluto, tornando in reparto, dalla finestra getto un’occhiata nel parco. C’e movimento, fermento, energia. Lo scambio avvenuto, potente antidepressivo, ha risvegliato la voglia di non mollare, di ognuno  ha ridestato la dignità che adesso supera ogni goffaggine trasformandola in eleganza.

Mercoledì 11 marzo 2015, ore 21: incontro al Tennis Club, Prato

Familiar-mente e Tennis Club Prato presentano

“Sogna e realizza: istruzioni per l’uso”

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Mercoledì 11 marzo alle ore 21 nella terrazza coperta del Tennis Club Prato, via Firenze 95

Alla scoperta delle nostre risorse…
per imparare a sognare e raggiungere i traguardi desiderati!

Condotto da Teresa Zucchi, medico psichiatra, e Agnese Nardi, psicologa.

L’incontro è aperto a tutti coloro che vogliono un futuro all’altezza dei loro sogni.

Per info e prenotazioni 348 6048552